Baba è un nome onomatopeico.

Per capirlo, basta vedere questa donna, con il suo corpo-isola che si irradia per la stanza, muoversi tra i tavoli, è sufficiente vederla suonare la campana del suo ristorante.
E allora, tutti si girano, smettono di parlare.
Il mondo là fuori per un attimo si ferma e lei racconta della sua cucina: in fondo il racconto di sé. Tutti ascoltano la sua vita che passa attraverso un primo, la sua storia che è una ricetta semplice e gustosa.

Ba-ba, un suono come un dolce fatto in casa. Due note ravvicinate, pizzicate, ripetute ché così tutti capiscono.
Che rimandano a cose semplici, dirette, da dire in faccia, da mangiare con gusto. Da assaporare come un ricordo. L'idea che ti fai è che ti fa sentire come a casa.  A mangiare cose che è come se avessi sempre mangiato, anche se poi è la prima volta.
Assomigliano sempre a qualcos'altro di buono e quasi sempre è un viso, un tavolo di cucina di tanti anni prima, una vecchia zia, un profumo che viene dall'infanzia.
Eppure Baba ama sperimentare, unire culture e sapori, latitudini e tradizioni:

il fatto che ognuno li riconosca come propri è la vera magia terapeutica di Baba.

 

 
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